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ATTUALITÀ
- CINEMA Natale
con Maria
di Maurizio Turrioni
Nadia
Khlifi, la mamma bambina della natività del film Io sono con te è
una ragazza tunisina dal sorriso dolce e dallo sguardo intenso. Il
regista, Guido Chiesa, ne ha fatto un’icona dell’amore materno, ma
facendone anche una maestra di libertà con un carattere forte,
sensibile e anticonformista.
Monta
l’atmosfera natalizia. Mentre nelle case si rinnova l’antica
tradizione del presepio, il mistero della Natività conquista il grande
schermo. E lo fa in modo sorprendente perché Io sono con te,
coraggioso film del regista Guido Chiesa (nelle sale dopo l’anteprima
al Festival del cinema di Roma), racconta come mai fatto finora lo
speciale rapporto che s’instaurò tra la madre e il figlio, tra la
vergine Maria e il bambino Gesù. Di pellicole sulla Sacra Famiglia ne
sono state girate parecchie. Ma nessun film aveva mostrato così il
volto della Vergine. Almeno, a giuanche antropologici, realizzati dal
regista con l’aiuto dei suoi sceneggiatori: la moglie Nicoletta
Micheli e Filippo Kalomenidis. Una ragazza giovanissima Maria, sui 14
anni (l’età giusta allora per sposarsi e per fare figli), dai tratti
magrebini: luminosa, intelligente, mite ma al tempo stesso forte di
carattere, sensibile, anticonformista. Non soltanto spettatrice del
miracolo divino, incarnato da quel bimbo, ma parte determinante della
sua formazione.

Le nozze di Maria.
«Il film è frutto dell’intersecarsi di un percorso artistico con
quello personale, il mio di padre di tre bambini: Emma di 12 anni, Ivana
di 9 e Giovanni di 4», spiega Chiesa, 51 anni appena compiuti, torinese
trapiantato con la famiglia a Roma. «A volte, come genitori, si è in
difficoltà: non si sa come spiegare certe cose. Sono state le donne a
venirmi in soccorso. In particolare, un’amica ha cominciato a parlare
in modo del tutto nuovo della vergine Maria a mia moglie. Ne abbiamo
discusso riflettendo su cosa significhi, oggi, essere genitori, del
rapporto con i bambini. Che poi, in fin dei conti, ci riguarda tutti
senza distinzioni. Così, un giorno mia moglie mi dice: "Perché
non fai un film su tutto questo?". Lì per lì, l’ho presa per
matta».
- Cos’è successo? Come ha finito per imbarcarsi in questa
avventura pazzesca?
«Col tempo mi sono ricreduto. Così ci siamo messi a scrivere
insieme. Io sono con te è l’interpretazione, distante dalla
tradizione ma noi crediamo anche fedele alla dottrina, dei passi
evangelici riguardanti la gravidanza e la maternità di Maria e poi l’infanzia
di Gesù. In altre parole, del racconto del Vangelo di Luca, dal
concepimento fino al discorso al Tempio».
- Insomma, perché questo film?
«Perché Gesù è l’uomo più libero che abbia mai calpestato
questa Terra. E al centro del mio fare cinema, dei miei film, c’è
sempre questo unico tema: come possa l’essere umano essere davvero
libero, nel senso più ampio e più alto del termine».
- Dopo Il caso Martello e Il partigiano Johnny
(rivisitazioni della Resistenza alla luce delle sue conseguenze sull’oggi)
e Lavorare con lentezza (film sul movimento studentesco anni
’70, rievocato attraverso l’esperienza bolognese di Radio
Alice), Io sono con te sembra segnare una svolta nella sua
cinematografia. Frutto di un ripensamento? Di una crisi religiosa?
«In passato ho creduto che la libertà dell’uomo dipendesse dalla
capacità del singolo individuo di fare delle scelte al servizio della
collettività. Ecco perciò i miei film sulla Resistenza. Mi sono poi
reso conto che tutto questo porta alla solitudine. Perché questa strada
non tiene conto dei sentimenti e delle emozioni, che sono importanti
quanto il resto. Ecco allora Lavorare con lentezza, che s’interrogava
sulla possibilità che usando le due cose, ragione ed emozione, si
potesse arrivare a una forma di libertà. Ebbene, la Storia l’ha
dimostrato: neanche questo basta. Quella di Radio Alice e del movimento
studentesco è stata un’altra sconfitta. Occorre qualcosa di più. C’è
bisogno di credere».

Maria (Nadia Khlifi) con Gesù
appena nato.
- Torniamo alla sua definizione di Gesù come uomo libero per
eccellenza...
«Si è perso il senso dello scandalo storico della figura di Gesù.
Quello che diceva era allora scandaloso per la società, per gli ebrei,
per l’umanità intera. Lo stesso Carlo Marx amava dire a sua figlia
una cosa meravigliosa: "Gesù ha messo nella storia i
bambini!". Vero. Come ha fatto Gesù a essere così libero? Perché
sua madre l’ha cresciuto senza lacciuoli».
- Secondo questa lettura del Vangelo di Luca, il cammino terreno di
Gesù non sarebbe dipeso solo dalla volontà di Dio ma anche da ciò
che ha appreso dalla madre?
«Rimaniamo alla dottrina. O noi pensiamo a Dio come a un burattinaio
(e questo un cristiano non può crederlo) o Dio ha scelto Maria per
qualcosa: la grazia di cui è piena. Insomma, com’è stato possibile
che un essere umano (e Gesù era l’essere umano per eccellenza)
dicesse: porgi l’altra guancia... beati gli ultimi... lasciate che i
bambini vengano a me... ama il prossimo tuo come te stesso... Certo, c’erano
gli insegnamenti dell’Antico Testamento. Ma in quello si parla anche
della legge del taglione, che è giusto picchiare i bambini, che le
donne sarebbero esseri inferiori. Evidentemente Gesù non aveva la
scienza infusa, come invece si dice di Lui nel Corano, dato che un
attimo dopo la nascita già parlerebbe. No, nel Vangelo Gesù è
descritto come un bambino. Il progetto divino, se non è magìa, da dove
viene fuori allora? Da Maria. Donna intelligente, anticonformista,
sensibile, capace di educare suo figlio all’amore e alla verità
facendosi, lei sì, strumento di Dio».
- In effetti, nessuna religione monoteista propone una figura
femminile così forte come fa il cristianesimo con Maria.
«Esatto. La madre di Buddha muore subito dopo il parto. La Maria del
Corano, che è vista come la mamma del profeta, è solo protagonista di
un parto straziante. La madre di Maometto, se non erro, abbandona il
figlio. Maria è sempre presente nell’infanzia e nell’adolescenza di
suo figlio. Il primo miracolo di Gesù, alle nozze di Cana, non avviene
per sua decisione ma perché è la madre a chiederglielo! È lei che
dice ai servi: "Fate quello che Lui vi dirà". Vorrà pur dire
qualcosa. È questo il progetto divino: l’aver scelto Maria perché è
quella in grado di far crescere quel figlio nella perfezione. In un’ottica
assolutamente naturale. Come essere razionale, sono confortato da ciò
che la scienza ha capito dell’importanza del rapporto madrefiglio, a
partire dall’allattamento al seno. Fin dalla comprensione del proprio
concepimento, così anomalo, Maria accetta la fisiologia sua e del
proprio figlio».

Maria prima delle nozze.
- Insomma, è una Maria umanizzata?
«Emerge la figura di una donna straordinaria nella sua semplicità.
Per il ruolo della protagonista ho scelto la giovanissima Nadia Khlifi e
la venticinquenne Rabeb Srairi, entrambe tunisine musulmane di
carnagione scura, così come gli studi scientifici ci dicono fossero gli
ebrei dell’epoca. Tra le cose infatti che imputo ai film famosi sul
tema c’è la scarsa credibilità del contesto. La Sacra Famiglia è
stata sempre vista come una famiglia moderna: padre, madre e bambino.
Una fesseria! In una società patriarcale, come quella di allora, si
viveva secondo il concetto di tribù. È perciò storicamente valido
pensare a un capo famiglia in senso più largo, nel nostro caso il
fratello maggiore di Giuseppe, attorno al quale ruotano i vari nuclei
parentali. Inoltre, la maggior parte di quelle pellicole è stata girata
con un monocromatismo che non corrisponde alla realtà dell’epoca. La
stessa Bibbia è piena di colori. I documenti storici coevi ci
raccontano di abiti porpora e turchesi».
- Si è servito di consulenti religiosi?
«Abbiamo sottoposto la sceneggiatura a monsignor Domenico Sigalini,
vescovo di Palestrina. E quando eravamo sul set abbiamo contattato il
vescovo di Tunisi, monsignor Christiane Maroun. Poi, prima del Festival
di Roma, abbiamo fatto vedere il film a numerose personalità
ecclesiastiche: nulla da eccepire sul piano dottrinale. E c’è stato
perfino chi ci ha detto che i passaggi più forti del film sono utili
occasioni di riflessione».
- La prospettiva femminile del film si traduce nel considerare la
donna, ieri come oggi, speranza di un mondo migliore?
«Almeno finché l’uomo nascerà dalla donna. Perché l’immagine
di quella madre col bambino, raffigurata da Raffaello, da Giotto, da
Caravaggio, ancora oggi presente a ogni angolo di strada ci parla, ci
dice qualcosa, ci emoziona? Perché tutti siamo nati da una donna, tutti
abbiamo avuto bisogno di quel primo amore che è l’affetto materno.
Ecco perché la storia di Maria non è una cosa di duemila anni fa ma
riguarda l’oggi, il domani, il futuro. Ovunque c’è una nascita c’è
il Vangelo. Non solo sul piano spirituale ma anche su quello umano,
terreno. Recuperare il senso della maternità come dono d’amore,
trasmissione di vita, è il mezzo per migliorare la realtà in cui
viviamo. Per avere uomini più liberi, quindi una società più giusta,
bisogna cominciare dal rapporto di ogni mamma col suo bambino».
Maurizio Turrioni

Altra scena del film, girato in Tunisia.
| La
scelta (non facile) della "vera" Maria. Innumerevoli
le pellicole sulla Vergine. Al posto d’onore Gesù di
Nazareth di Franco Zeffirelli, con Olivia Hussey nel ruolo
di un’iconografica Maria. Chiusa nel dolore, invece, quella di
Verna Bloom in L’ultima tentazione di Cristo di Martin
Scorsese. Più forte il personaggio di Yael Abecassis in Maria
figlia del suo figlio di Fabrizio Costa. Mel Gibson ha
scritto invece per Maia Morgenstern una Vergine da tragedia
greca nel discusso The Passion. C’è stata poi Keisha
Castle Hughes, una Maria new age in Nativity di Catherine
Hardwicke.
Preoccupato per i paragoni? «La nostra Natività è diversa»,
si sbilancia Guido Chiesa. «Abbiamo inserito Maria in un
contesto storico credibile e scelto, per interpretarla, la
quattordicenne Nadia Khlifi e poi Rabeb Srairi per la sua età
matura. Entrambe tunisine di pelle scura perché gli ultimi
studi dicono che gli ebrei dell’epoca fossero più simili agli
arabi che ai cristiani di oggi. Nadia poi, quando torna da
scuola, munge. E ha cinque fratellini. Naturale perciò per lei
tenere in braccio un bimbo o fare tutti quei gesti abituali
duemila anni fa».
Difficile scovare la ragazza giusta? «Ho fatto 5 mila
interviste prima di scegliere Nadia, che avevo visto il primo
giorno. E c’è un aneddoto divertente», racconta Chiesa. «Uno
zio di Nadia si è detto certo che avremmo scelto lei. Gli ho
chiesto perché. E lui: perché viene da un villaggio che si
chiama Beni Issa, cioè paese di Gesù. Uno sputo di 50 case,
non di più. Però l’unico borgo della Tunisia che porta quel
nome».
m. t.
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