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Oltre a Demostene, l’oratore degli oratori che per combatterla ricorreva ai famosi sassolini in bocca, pare ne fossero afflitti anche Platone e Aristotele. E perfino Mosè, di cui si dice che fosse «impacciato di lingua» e preferisse delegare il fratello Aronne a parlare per lui. Più recentemente la balbuzie sembra aver tormentato anche il matematico Nicolò Cavallaro, passato alla storia con il soprannome di Tartaglia. E Alessandro Manzoni, che rinunciò a un seggio in Parlamento a causa di questo disturbo. Per non parlare di Winston Churchill, affetto da un tipo di balbuzie detta labio-coreica, che interessa i suoni labiali e, nel caso dello statista britannico, induce spesso a intercalare le frasi con una M prolungata. Infine, per citare il mondo dello spettacolo, Walter Chiari e Marilyn Monroe, che soffrivano rispettivamente di balbuzie clonica (il vero e proprio tartagliamento) e di balbuzie tonica, caratterizzata da un forte spasmo all’inizio di ogni frase: il tipo più diffuso di balbuzie, che colpisce il 60 per cento di coloro che ne soffrono. Un "disordine del ritmo" Per l’Organizzazione mondiale della sanità, la balbuzie «è un disordine nel ritmo della parola, nel quale il paziente sa con precisione ciò che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di involontari arresti, ripetizioni o prolungamenti del suono». Definizione in cui, come si vede, è implicito l’intreccio fra la componente psicologica e una difficoltà funzionale dell’articolazione del sistema linguistico. Per Enrico Caruso, psicologo, psicopedagogista e logoterapeuta, direttore dell’Équipe logodinamica di Milano che appunto di balbuzie si occupa, è soprattutto sinonimo di una sofferenza indicibile. Sì, perché proprio lui, autore di un bel manuale pubblicato da Franco Angeli lo scorso anno e intitolato appunto Balbuzie: aiutiamoci con cento risposte, è stato balbuziente e, confessa, lo ridiventa, anche se raramente, nei momenti di grande tensione o di rabbia.
Già, proprio rabbia, o un’aggressività che non si riesce a modulare, è quello che c’è, come nei tic nervosi, dietro la balbuzie. E chi, meglio di una persona che ne ha sofferto, può parlarcene con cognizione di causa? Snocciolandone cause e manifestazioni: tanto più che, proprio per combatterla, come accade spesso, ne è diventato un esperto. Studioso e ideatore, fra l’altro, di un sistema d’approccio multidisciplinare che la sua équipe applica ormai da anni. Un trattamento che coinvolge tecniche foniche, somatiche e psicologiche. Cause psicologiche, appunto, in qualche caso anche organiche ed ereditarietà, cioè conflitti emotivi e alterazioni di tipo funzionale, possono stare alla base della balbuzie: disturbo che interessa almeno l’1,5 per cento della popolazione italiana. Percentuale che sale al 2 se si considera la popolazione mondiale. Più maschi che femmine, in un rapporto di sette a due. Insorge di solito in età infantile, fra i tre e i cinque anni, ma esplode generalmente all’esordio nella scuola elementare. Che significa anche il primo impatto sociale significativo. «Se permane oltre i sei anni», spiega Caruso, «viene definita balbuzie secondaria o evolutiva. Se non trattata, cronicizza e nel 90 per cento dei casi si accompagna ad altri sintomi: ansia, disturbi del sonno e dell’alimentazione, enuresi, ritardi nelle competenze motorie ed eccessiva dipendenza dagli adulti». È importante la diagnosi precoce Importantissima, dunque, è la diagnosi precoce, come raccomanda il nostro esperto, perché – è ormai dimostrato – se si interviene con un approccio adeguato entro i quattro-cinque anni d’età la guarigione è garantita. E anche in pochi mesi soltanto. Diverso è invece il discorso per quanto riguarda gli adulti: sicuramente, sostiene il dottor Caruso, la balbuzie aveva già dato ripetuti segnali anche in età infantile se all’improvviso esplode in adolescenza e in età adulta. Conclamando, di solito, dopo un trauma affettivo-emotivo. Lutto o perdita che sia. «Più avanzata è l’età, più è difficile intervenire. E l’approccio deve essere particolarmente attento agli aspetti affettivi profondi e deve impegnare, in una terapia individuale o di gruppo, a seconda dei soggetti, almeno due anni». Ma quali sono, oltre alla psicoterapia classica o comportamentale, gli altri supporti terapeutici a disposizione? Coinvolgendo il disturbo, oltre alla psiche, anche il corpo e il linguaggio sono approcci tecnici che chiamano in causa la logopedia e la foniatria, la psicomotricità e perfino la musica. Ma, spiega il nostro esperto, le tecniche, o l’allenamento linguistico, da soli, non hanno mai dato risultati duraturi. Ecco perché occorre fare attenzione alle facili propagande di terapie "chiavi in mano": «Quindici sedute e sconfiggerai la balbuzie; in vacanza con noi troverai il tuo linguaggio». Pure illusioni. «La balbuzie è una vera e propria nevrosi del linguaggio, dietro la cui sofferenza, come sempre dietro ai disturbi psicosomatici, si nascondono vantaggi secondari che occorre andare a stanare: la balbuzie costituisce infatti un buon alibi per non affrontare la realtà e la competizione; consente di manipolare il proprio ambiente familiare e sociale, di aspettarsi continuamente un aiuto dall’esterno, di delegare agli altri le proprie responsabilità. Sconfiggerla vuol anche dire avere il coraggio di disfarsi di questi comodi paravento. Rivisitando pure la propria storia familiare e prendendone le distanze, se occorre». Anche perché, lo dicono gli specialisti, dietro questo disturbo molto spesso si delinea un quadro di relazioni primarie ricorrente: madre iperprotettiva e iperaccudente, ma scarsamente affettiva. Padre assente e ambizioso, che riversa spesso sul figlio o la figlia le proprie aspettative frustrate. Risultato: personalità narcisistica connotata da forte insicurezza e scarsa autostima. Quasi sempre mascherate dietro una certa arroganza e aggressività. Ecco perché, quando si tratta di adulti, occorre andare a scavare nel profondo per svelare antiche ferite. E curarle. «Senza illudersi», conclude Caruso, «di guarirle una volta per tutte. Come ogni meccanismo di difesa, infatti, la balbuzie tenderà a ripresentarsi nei momenti più difficili della vita. L’importante è non soccombere più al suo cospetto, ma imparare a gestirla, e a conviverci pacificamente».
Luciana Saibene
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